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LA PREPARAZIONE ATLETICA: DIAMO I NUMERI! Articolo di Lorenzo Mosca

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LA PREPARAZIONE ATLETICA: DIAMO I NUMERI!

Sin dalle sue più antiche manifestazioni, l'uomo ha sentito il bisogno di contare, ossia di quantificare cose ed eventi che erano intorno a lui. Senza entrare troppo nel campo storico antropologico, potremo supporre che la sua prima "calcolatrice" siano state, proprio come accade per un qualsiasi bambino, le proprie dita. Nel corso delle epoche storiche, questo bisogno non ha fatto altro che moltiplicarsi esponenzialmente.
Nell’epoca attuale le nostre “primordiali dita” hanno lasciato il posto a mostruosi calcolatori elettronici di cui oramai quasi tutti possono disporre. Anzi il linguaggio binario, fatto di semplici sequenze di 0 ed 1 ha tradotto ogni nostra azione, facendoci quasi vivere nel mondo visionario immaginato dal film "Matrix".
Ogni nostro aspetto e azione è regolata e quantificata da numeri. Conosciamo e ricordiamo così il costo di un prodotto in valori monetari, il numero del canale di un nostro programma televisivo, il nostro numero di scarpe, il nostro peso corporeo, il numero di cellulare, il pin del nostro bancomat, il numero civico della nostra casa, l'anno della nostra nascita, il giorno del nostro compleanno, e si potrebbe continuare quasi all'infinito.
La riflessione di questo breve articolo parte proprio da questa invasione numerica di conoscenze e si pone un quesito, legato ovviamente a due argomenti, di cui uno tocca direttamente lo sport, ed un altro la nostra vita in generale.
Quantifichiamo perfettamente e traduciamo perfettamente moltissimi aspetti della nostra vita. Tutto questo "fervore numerico" sembra stranamente tralasciare due aspetti, lo sport e l'alimentazione. Per lo meno negli ambiti del comune sentire e interpretare.
Tralasciando (per ora) l'alimentazione, parliamo più direttamente di sport, e nello specifico di sport da combattimento.
In questo campo sembra addirittura di essere rimasti in un limbo dantesco, un luogo quasi mitico in cui ancora, purtroppo, la fanno da padrone le sensazioni, gli stati d'animo, le ancestrali tradizioni che si perdono nella notte dei tempi, il tutto condito da immancabili leggende metropolitane fuori da ogni reale verità.

Nello sport il numero è fondamentale.
Nello sport bisogna contare.
Nello sport si scrive e si compila.
Negli sport da combattimento, anche tra gli addetti ai lavori, si continuano a sentire purtroppo affermazioni del tipo: "è davvero forte", oppure "ha un fiato spaventoso", oppure "quanto è veloce".
Oppure si sentono “massime” come: "l'allenamento di ieri era proprio buono perché mi faceva male tutto", oppure "dopo l'allenamento mi sentivo i muscoli gonfi, quindi è stato bello", ancora "oggi mi sentivo una bestia", oppure "avevo ancora l'acido lattico di ieri".
Ci siamo mai davvero chiesti:
Cosa significa davvero essere forte?
Come si quantifica questo essere forte?
Quale è il metro di giudizio della forza ad esempio?
Solo le sensazioni di un allenatore, anche se esperto e qualificato?
O, ancora peggio, il rumore che fanno i colpi al sacco o ai pao?
Oppure il rumore delle urla che si strillano mentre si tira un colpo?
O ancora, cosa significa avere fiato?
E soprattutto, domanda a cui quasi nessuno riesce a dare risposta, cos'è questo fantomatico "fiato"?
Queste ed altre domande riescono ancora ad avere spazio nelle nostre palestre proprio perché manca la conoscenza, oltre che i numeri. E manca il modo di utilizzare entrambi per dare senso e logica, oltre che scientificità, alla preparazione atletica.
La preparazione atletica, per qualsiasi sport, non può prescindere da valori numerici che ne devono rappresentare, oltre che il riferimento, la progressione. In primis nelle diverse caratteristiche organico muscolari, financo in quelle coordinative, e poi nei vari percorsi metabolici.
Ogni allenatore, ma anche ogni atleta, dovrebbe avere con sé un taccuino, in cui annotare e confrontare valori.
Quei valori danno la misura del combattente, dello stato attuale, dei progressi effettuati, della giustezza o meno del programma di allenamento, ed anche delle carenze da colmare. Questi valori devono essere quanto più possibili scientifiche, ossia quantificabili e replicabili, e non affidati a sensazioni o stati d'animo.

Fatto questo piccolo ma necessario inquadramento, torniamo a guardare all'allenamento con una nuova e più corretta impostazione. Non importa quale criterio metodologico o protocollo si stia seguendo, non è intento di questo scritto fornire un programma di allenamento, ma ciò che conta, anche per poter dimostrare l'efficacia di questo o quel metodo, è "numerizzare" le prestazioni, tenere traccia dello stato iniziale e quantificare l'effettivo, o meno, progresso.
Non possiamo basare l'efficacia di un allenamento su ipotetiche "sensazioni", figlie, il più delle volte, di stato d'animo psicologici o peggio di autoconvincimenti "effetto placebo".
Come può, ad esempio, il dolore muscolare che sopraggiunge nei giorni seguenti (e che in inglese viene definito con l'acronimo "doms"), essere il discrimine della efficacia di una seduta di allenamento?
Come può la sola sensazione di un singolo atleta, che durante i guanti gli è sembrato di “menare di più” rispetto al solito, dare l’imprimatur su un metodo di preparazione?
Oppure basare la correttezza di un metodo sulla risposta puramente estetica che ci fornisce uno specchio quando ci fa vedere un bicipite più grosso rispetto a prima?
Per concludere questa breve trattazione sviluppiamo un paio di casi esemplificativi.
Consideriamo la forza massima. Uno dei movimenti che si utilizzano per il miglioramento di questa imperativa capacità organico muscolare è il gesto dell'accovacciarsi (Squat), per via del suo altissimo coinvolgimento articolare e neuromuscolare oltre che della sua elevatissima capacità di trasferimento in molti altri movimenti. Una volta imparata la tecnica corretta e raggiunto il livello minimo di mobilità articolare, condizioni necessarie per poter svilupparne tutto il potenziale, è indispensabile innanzitutto testare l'atleta e determinare il proprio massimale (RM), ossia il carico massimo che si riesce a muovere. Dopodiché, si deve programmare e strutturare un percorso che abbia come obiettivo il miglioramento di quel valore. Il test del massimale dovrà essere ripetuto alla fine del ciclo di allenamento per quantificarne il miglioramento. Riepilogando: mobilità articolare, tecnica, RM, programma allenamento, RM.
Altro esempio. Altra capacità organico muscolare: la resistenza aerobica. Che si divide in capacità aerobica e potenza aerobica. E che, nel gergo comune, viene definita “fiato”. Una componente dunque legata al sistema energetico, la quale, per essere sufficientemente stimolata, prevede lavori medio lunghi che coinvolgano grandi masse muscolari e mantengano frequenze cardiache costanti. Per queste ragioni, i lavori ciclici uno dei migliori strumenti.

Quindi corsa, nuoto, vogatore, ciclismo, corda. Ovviamente anche in questo caso sarà necessario misurare il battito a riposo del nostro atleta, calcolare la frequenza cardiaca massima (FCmax) (è sufficiente anche utilizzare la formula di Tanaka), effettuare un test di Cooper (ossia correre a velocità costante per 12 minuti alla massima intensità), misurare battito dopo 1 minuto dal test di Cooper. Le stesse semplici misurazioni saranno ripetute al termine del programmazione relativa alla resistenza aerobica e i risultati daranno il valore reale e incontrovertibile dei progressi. Quindi: battito a riposo, FCmax, test di Cooper, FC dopo 1’, programma allenamento, battito a riposo, FCmax, test di Cooper, FC dopo 1’.
Questi rappresentano solo due applicazioni di ciò che dovrebbe rappresentare il modus operandi nella preparazione atletica, anche negli sport da combattimento. Conoscenze corrette, obiettivi chiari, metodi semplici, valutazioni e risultati palesi, statistiche comparabili.

Lorenzo Mosca
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LA PREPARAZIONE ATLETICA: DIAMO I NUMERI!
Sin dalle sue più antiche manifestazioni, l'uomo ha sentito il bisogno di contare, ossia di quantificare cose ed eventi che erano intorno a lui. Senza entrare troppo nel campo storico antropologico, potremo supporre che la sua prima "calcolatrice" siano state, proprio come accade per un qualsiasi bambino, le proprie dita. Nel corso delle epoche storiche, questo bisogno non ha fatto altro che moltiplicarsi esponenzialmente.
Nell’epoca attuale le nostre “primordiali dita” hanno lasciato il posto a mostruosi calcolatori elettronici di cui oramai quasi tutti possono disporre. Anzi il linguaggio binario, fatto di semplici sequenze di 0 ed 1 ha tradotto ogni nostra azione, facendoci quasi vivere nel mondo visionario immaginato dal film "Matrix".
Ogni nostro aspetto e azione è regolata e quantificata da numeri. Conosciamo e ricordiamo così il costo di un prodotto in valori monetari, il numero del canale di un nostro programma televisivo, il nostro numero di scarpe, il nostro peso corporeo, il numero di cellulare, il pin del nostro bancomat, il numero civico della nostra casa, l'anno della nostra nascita, il giorno del nostro compleanno, e si potrebbe continuare quasi all'infinito.
La riflessione di questo breve articolo parte proprio da questa invasione numerica di conoscenze e si pone un quesito, legato ovviamente a due argomenti, di cui uno tocca direttamente lo sport, ed un altro la nostra vita in generale.
Quantifichiamo perfettamente e traduciamo perfettamente moltissimi aspetti della nostra vita. Tutto questo "fervore numerico" sembra stranamente tralasciare due aspetti, lo sport e l'alimentazione. Per lo meno negli ambiti del comune sentire e interpretare.
Tralasciando (per ora) l'alimentazione, parliamo più direttamente di sport, e nello specifico di sport da combattimento.
In questo campo sembra addirittura di essere rimasti in un limbo dantesco, un luogo quasi mitico in cui ancora, purtroppo, la fanno da padrone le sensazioni, gli stati d'animo, le ancestrali tradizioni che si perdono nella notte dei tempi, il tutto condito da immancabili leggende metropolitane fuori da ogni reale verità.
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Nello sport il numero è fondamentale.
Nello sport bisogna contare.
Nello sport si scrive e si compila.
Negli sport da combattimento, anche tra gli addetti ai lavori, si continuano a sentire purtroppo affermazioni del tipo: "è davvero forte", oppure "ha un fiato spaventoso", oppure "quanto è veloce".
Oppure si sentono “massime” come: "l'allenamento di ieri era proprio buono perché mi faceva male tutto", oppure "dopo l'allenamento mi sentivo i muscoli gonfi, quindi è stato bello", ancora "oggi mi sentivo una bestia", oppure "avevo ancora l'acido lattico di ieri".
Ci siamo mai davvero chiesti:
Cosa significa davvero essere forte?
Come si quantifica questo essere forte?
Quale è il metro di giudizio della forza ad esempio?
Solo le sensazioni di un allenatore, anche se esperto e qualificato?
O, ancora peggio, il rumore che fanno i colpi al sacco o ai pao?
Oppure il rumore delle urla che si strillano mentre si tira un colpo?
O ancora, cosa significa avere fiato?
E soprattutto, domanda a cui quasi nessuno riesce a dare risposta, cos'è questo fantomatico "fiato"?
Queste ed altre domande riescono ancora ad avere spazio nelle nostre palestre proprio perché manca la conoscenza, oltre che i numeri. E manca il modo di utilizzare entrambi per dare senso e logica, oltre che scientificità, alla preparazione atletica.
La preparazione atletica, per qualsiasi sport, non può prescindere da valori numerici che ne devono rappresentare, oltre che il riferimento, la progressione. In primis nelle diverse caratteristiche organico muscolari, financo in quelle coordinative, e poi nei vari percorsi metabolici.
Ogni allenatore, ma anche ogni atleta, dovrebbe avere con sé un taccuino, in cui annotare e confrontare valori.
Quei valori danno la misura del combattente, dello stato attuale, dei progressi effettuati, della giustezza o meno del programma di allenamento, ed anche delle carenze da colmare. Questi valori devono essere quanto più possibili scientifiche, ossia quantificabili e replicabili, e non affidati a sensazioni o stati d'animo.
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Fatto questo piccolo ma necessario inquadramento, torniamo a guardare all'allenamento con una nuova e più corretta impostazione. Non importa quale criterio metodologico o protocollo si stia seguendo, non è intento di questo scritto fornire un programma di allenamento, ma ciò che conta, anche per poter dimostrare l'efficacia di questo o quel metodo, è "numerizzare" le prestazioni, tenere traccia dello stato iniziale e quantificare l'effettivo, o meno, progresso.
Non possiamo basare l'efficacia di un allenamento su ipotetiche "sensazioni", figlie, il più delle volte, di stato d'animo psicologici o peggio di autoconvincimenti "effetto placebo".
Come può, ad esempio, il dolore muscolare che sopraggiunge nei giorni seguenti (e che in inglese viene definito con l'acronimo "doms"), essere il discrimine della efficacia di una seduta di allenamento?
Come può la sola sensazione di un singolo atleta, che durante i guanti gli è sembrato di “menare di più” rispetto al solito, dare l’imprimatur su un metodo di preparazione?
Oppure basare la correttezza di un metodo sulla risposta puramente estetica che ci fornisce uno specchio quando ci fa vedere un bicipite più grosso rispetto a prima?
Per concludere questa breve trattazione sviluppiamo un paio di casi esemplificativi.
Consideriamo la forza massima. Uno dei movimenti che si utilizzano per il miglioramento di questa imperativa capacità organico muscolare è il gesto dell'accovacciarsi (Squat), per via del suo altissimo coinvolgimento articolare e neuromuscolare oltre che della sua elevatissima capacità di trasferimento in molti altri movimenti. Una volta imparata la tecnica corretta e raggiunto il livello minimo di mobilità articolare, condizioni necessarie per poter svilupparne tutto il potenziale, è indispensabile innanzitutto testare l'atleta e determinare il proprio massimale (RM), ossia il carico massimo che si riesce a muovere. Dopodiché, si deve programmare e strutturare un percorso che abbia come obiettivo il miglioramento di quel valore. Il test del massimale dovrà essere ripetuto alla fine del ciclo di allenamento per quantificarne il miglioramento. Riepilogando: mobilità articolare, tecnica, RM, programma allenamento, RM.
Altro esempio. Altra capacità organico muscolare: la resistenza aerobica. Che si divide in capacità aerobica e potenza aerobica. E che, nel gergo comune, viene definita “fiato”. Una componente dunque legata al sistema energetico, la quale, per essere sufficientemente stimolata, prevede lavori medio lunghi che coinvolgano grandi masse muscolari e mantengano frequenze cardiache costanti. Per queste ragioni, i lavori ciclici uno dei migliori strumenti. Quindi corsa, nuoto, vogatore, ciclismo, corda. Ovviamente anche in questo caso sarà necessario misurare il battito a riposo del nostro atleta, calcolare la frequenza cardiaca massima (FCmax) (è sufficiente anche utilizzare
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la formula di Tanaka), effettuare un test di Cooper (ossia correre a velocità costante per 12 minuti alla massima intensità), misurare battito dopo 1 minuto dal test di Cooper. Le stesse semplici misurazioni saranno ripetute al termine del programmazione relativa alla resistenza aerobica e i risultati daranno il valore reale e incontrovertibile dei progressi. Quindi: battito a riposo, FCmax, test di Cooper, FC dopo 1’, programma allenamento, battito a riposo, FCmax, test di Cooper, FC dopo 1’.
Questi rappresentano solo due applicazioni di ciò che dovrebbe rappresentare il modus operandi nella preparazione atletica, anche negli sport da combattimento. Conoscenze corrette, obiettivi chiari, metodi semplici, valutazioni e risultati palesi, statistiche comparabili.
Grazie
Lorenzo Mosca
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